Deportazione ceceni e ingusci
Monumento alla vittime della deportazione a Nazran

CAUCASO: La memoria della deportazione di ceceni e ingusci

Il 23 febbraio rappresenta una data carica di dolore e memoria per il popolo Vainaco. In questa giornata, nel 1944, ebbe inizio una delle deportazioni più brutali della storia sovietica, di ceceni e ingusci. L’intera popolazione fu accusata di collaborazionismo con i nazisti e deportata in massa dalle proprie terre nel Caucaso settentrionale verso le remote regioni dell’Asia Centrale.

Le deportazioni del 1944

L’operazione, nota come “Operazione Lenticchia“, fu orchestrata dall’NKVD sotto la guida di Lavrentij Berija. In un solo giorno, decine di migliaia di soldati sovietici circondarono i villaggi ceceni e ingusci, costringendo la popolazione a radunarsi nelle piazze sotto minaccia delle armi. Uomini, donne e bambini furono caricati su vagoni merci in condizioni disumane e inviati in Kazakhstan, Kirghizistan e altre regioni dell’Asia Centrale. Il viaggio, che durò settimane, portò alla morte di migliaia di persone a causa del freddo, della fame e delle malattie. Molti corpi furono gettati nella neve lungo il tragitto, senza nemmeno una degna sepoltura. Secondo stime approssimative, furono deportati tra i 450 000 e i 650 000 tra ceceni e ingusci.

Nei luoghi d’esilio, questi popoli affrontarono condizioni di vita estremamente difficili e vissero per oltre un decennio in uno stato di reclusione forzata, con la proibizione di tornare nelle loro terre d’origine.

Il ritorno e la questione del Prigorodnyj Rajon

Nel 1956, con il cosiddetto “disgelo” e il processo di destalinizzazione avviato da Nikita Khrushchev, i ceceni e gli ingusci furono ufficialmente “perdonati” e autorizzati a tornare nelle loro terre. Tuttavia, il ritorno si rivelò estremamente difficile. Durante la loro assenza, le loro case e villaggi erano stati occupati da russi, osseti e daghestani, creando tensioni etniche che perdurano ancora oggi.

Uno dei nodi più critici fu (e rimane) la questione del Prigorodnyj Rajon, un’area storicamente abitata dagli ingusci ma che, durante il periodo di esilio forzato, venne integrata nella vicina Ossezia del Nord. Al loro ritorno, gli ingusci trovarono la regione ormai abitata da osseti e russi, e la convivenza tra le comunità fu tutt’altro che pacifica. Questo portò a scontri armati e una serie di conflitti che si protrassero anche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, culminando nel conflitto sanguinoso del 1992 tra ingusci e osseti. Quest’ultimo portò alla definitiva inglobazione del rajon nel territorio osseto.

La memoria della deportazione oggi

Oggi, la deportazione del 1944 rimane una ferita aperta nella memoria collettiva dei ceceni e degli ingusci.

Tuttavia, la memoria storica di questo evento è stata influenzata dai giochi di politica contemporanei.

Nel 2008, il leader ceceno Ramzan Kadyrov ha ordinato la rimozione del monumento dedicato alle vittime della deportazione cecena, situato nella piazza centrale di Groznyj ed eretto per volontà del primo Presidente della Repubblica di Ichkeria, Dzhokhar Dudaev. Il memoriale è stato spostato in una zona periferica della città. La decisione è stata ufficialmente giustificata con la necessità di riqualificare l’area, ma molti attivisti e membri della comunità cecena hanno interpretato il gesto come un tentativo di minimizzare la memoria della deportazione e ridurre il sentimento di opposizione verso Mosca. L’evento ha suscitato numerose critiche, ma il governo ceceno ha continuato a promuovere una narrativa ufficiale incentrata sulla stabilità e sulla lealtà a Vladimir Putin. Inoltre, nel 2012, Kadyrov spostò la Giornata del Dolore e della Memoria dal 23 febbraio al 10 maggio, in coincidenza con l’anniversario della sepoltura del padre, Akhmad Kadyrov. Ciononostante, molti ceceni hanno continuato a commemorare le vittime in maniera non ufficiale.

Il ricordo rimane vivo

Nonostante questi tentativi di riscrivere la storia, la memoria della deportazione rimane viva tra le famiglie cecene e ingusce, trasmessa di generazione in generazione, attraverso storie e poesie.

Affinché il passato non venga dimenticato, la poesia diventa testimonianza e voce di chi ha sofferto. Questi versi Lilia Kharsyeva, giornalista inguscia, ci ricordano il peso della storia e la necessità di ricordare.

 

Oggi è un giorno di lutto, un giorno di dolore,

Un giorno di memoria per chi non c’è più,

Per coloro che, in esilio, non abbiamo potuto seppellire:

Li gettavano nella neve, congelati lungo il cammino.

 

Oggi ricordiamo i giorni di sofferenza e tormento,

Ricordiamo i tempi delle grandi prove,

Quando, in un solo giorno, il mio popolo

Fu sradicato e gettato via come inutile peso…

 

Un vagone merci, grida, gemiti, lacrime…

Un lungo fischio uccideva ogni speranza…

Il muggito del bestiame, l’abbaiare dei cani…

L’oscurità avvolgeva la terra orfana.

 

Il mio piccolo popolo ha sofferto a lungo,

Ci hanno piegati alla terra, ma ci rialziamo ostinatamente.

Torniamo ancora una volta alla vita,

Ma il dolore nel cuore non ci lascia tacere.

 

 

Сегодня скорбный день. Сегодня день печали.

День памяти о тех, кого мы потеряли.

Кого предать земле мы в ссылке не смогли:

Выбрасывали в снег замерзших по пути.

 

Сегодня вспомним дни печали и страданий,

Мы вспомнив времена великих испытаний.

Когда за сутки мой родной народ,

Срубив под корень, сбросили за борт…

 

Вагон товарный, крики, стоны, слёзы…

Гудок протяжный убивает грёзы…

Мычание коров, собачий лай…

Окутал мрак осиротевший край.

 

Мой маленький народ страдал немало.

К земле нас гнут, но мы встаём упрямо.

Мы к жизни возвращаемся опять.

Но в сердце боль нам не даёт молчать.

Chi è Denise Gislimberti

Studentessa magistrale al secondo anno del Master in East European and Eurasian Studies (MIREES). Appassionata di Caucaso e Russia, si interessa di conflitti etnici, geopolitica e l'uso della memoria collettiva come strumento di propaganda.

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