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Società, politica e cultura dell'est Europa

“Viktor Orban è stato membro dell’opposizione democratica che si è battuta per la libertà in Ungheria. Oggi, come primo ministro, è soffocato da una legge che imbavaglia i media indipendenti. L’Ungheria di Orban prende la via della Bielorussia di Lukashenko. Questa legge, non importa quali siano le giustificazioni, mette in pericolo lo Stato di diritto, distrugge la democrazia, insulta la società”. A dirlo è Adam Michnik, direttore del più importante quotidiano (liberale) polacco, quella Gazeta Wyborcza che ormai si profila come uno dei più importanti giornali europei.
Michnik, già fiero oppositore del regime comunista polacco, firma sul suo quotidiano un editoriale di dura accusa nei confronti di Orban che, come lui, fu un attivista democratico e che ora, quella democrazia, sembra metterla in pericolo. Michnik ricorda la cosiddetta “quarta repubblica” dei fratelli Kaczynski in cui “la destra, l’estrema destra e i populisti” governarono pur senza “deligittimare lo Stato e intimidire la società” . Un’esperienza cupa cui “i polacchi hanno mostrato il cartellino rosso” appena hanno potuto. E, citando una frase di Istvan Bibo rammenta di come, quando lo Stato perde legalità ed autorevolezza, facendosi autoritario, occorre combatterlo.
Una voce allarmata che viene da un autorevole esponente della lotta per la democrazia in Europa orientale. Non una voce solitaria. Dentro l’Ungheria è Agnes Heller, filosofa, massima esponente della “Scuola di Budapest” (corrente marxista di “dissenso”) che vede in Lukacs ideale fondatore, in un’intervista rilasciata alla Frankfurter Allgemeine Zeiutung, dice: “La mia impressione è di avere di nuovo 27 anni, ai tempi della rivoluzione del 1956. L’Ungheria sembra la stessa di allora” e lo sembra soprattutto nel dissenso. Classe 1929 la Heller si è ritrovata ad essere uno dei punti di riferimento intellettuali dei settantamila manifestanti che il 2 gennaio scorso, a Budapest, hanno manifestato contro Orban.
Gravi sono le parole di Adevarul, importante quotidiano romeno, che scrive: “L’Ungheria non è più un faro di libertà e progresso, Orban non è il continuatore politico di un Vaclav Havel o di un Adam Michnik, sembra invece puzzare di Miklos Horthy (il maresciallo fascista che resse l’Ungheria fino al 1944)”. Mentre il sito d’informazione slovacco, Aktuality, ricorda come il nazionalismo di Orban contrapposto a quello di Robert Fico, premier slovacco dal 2006 al 2010, abbia portato a una “guerra fredda” tra i due Paesi. Una situazione di pericolosa tensione nazionalista che potrebbe replicarsi qualora Fico uscisse vincitore dalle elezioni slovacche del marzo 2012.
Miklos Tallian, giornalista di Hvg.hu, descrive i possibili sviluppi della situazione ungherese ipotizzando tre vie. La prima è un Orban ad oltranza, capace di tenere testa all’Europa (che poco gradisce le manovre autarchiche, in campo finanziario, del primo ministro ungherese) e saldo in sella grazie a una legge elettorale che rende difficile l’alternanza. La seconda, più verosimile: l’Ungheria cede alle richieste europee e si fa dare dal Fmi i fondi necessari per affrontare la crisi economica (e di solvibilità) che rischia di trascinarla nel baratro. Terza possibilità: Orban modifica le leggi incriminate, e si limita a governare per i prossimi anni in modo autoritario e populista così “l’Ungheria sembrerà l’Italia di Berlusconi“. Autoritaria e populista, appunto.
Chi scrive non ha mai nutrito simpatie per Viktor Orban, fin da quando questo sito è stato aperto (quasi due anni fa) si è prestata molta attenzione alla sua politica. Il personaggio è controverso: dipinto dai media come un novello Mussolini; nemico del pluralismo; ossessionato dal socialismo (passato, presente e futuro) che in Ungheria ha dato effettivamente il peggio di sé; troppo indulgente con i neonazisti di Jobbik, e a sua volta arrogantemente nazionalista (al punto da provocare i Paesi vicini in cui numerose sono le minoranze ungheresi), Orban è anche l’uomo che ha cercato una via diversa all’ineluttabile modello finanziario europeo. Ha tassato le banche, ha rifiutato l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, e per tenere insieme un Paese allo sbando ha usato la bandiera e la corona di Santo Stefano, simboli della patria e della fede cattolica.
Lo scrittore britannico di origine ungherese, Tibor Fischer, evoca sul Telegraph una peripezia vissuta in quel tumultuoso anno 1989: una Lada sfreccia per la campagna pannonica, alla guida c’è un giovane Viktor Orban, militante di Fidesz, di ritorno a Budapest da un meeting politico tenuto in provincia. Sul sedile del passeggero c’è lui, Tibor Fischer. Improvvisamente nel mezzo della strada compare un soldato russo con una grossa torcia in mano. Intima loro di fermarsi, agitando la lampada. Orban, per tutta risposta, accelera a tutto gas e il soldato sparisce in una nube di polvere. “Cosa hai fatto?” chiede Fischer. “Voleva dei soldi per la vodka”, risponde Viktor alzando le spalle. Per Fischer quell’atteggiamento descrive il personaggio alla perfezione: “L’idea di rallentare non gli è passata per la testa. E il suo modo di essere, negli anni, non è cambiato”.
Ho amici ungheresi e spesso vado a trovarli. Mi dicono che ormai la maggioranza degli ungheresi, anche tra quelli che hanno votato Fidesz, sono stanchi di Orban “diktator”. Ma sembra difficile scalzarlo, mentre l’estrema destra dello Jobbik soffia sul fuoco del nazionalismo antieuropeo: “Bruxelles è peggio di com’era Mosca” dicono. Però anche la nostalgia della “grande Ungheria” sembra diffusa: in tv il meteo si estende alle regioni magiare limitrofe (in Romania, Slovacchia, Slovenia e Croazia). Intanto è aumentata l’emigrazione di giovani in cerca di lavoro, anche verso l’Italia.
Grazie per le notizie che ci riporta, in effetti è difficile da qui comprendere quanto seguito abbia ancora Orban. Credo però che se si è verificato un calo dei consensi (lei mi correggerà se sbaglio) ciò è dovuto al disastro economico più che al populismo un po’ autoritario. Quella delle previsioni meteo della “grande Ungheria” è davvero una notizia interessante, dice più di molti approfondimenti. Un saluto
Matteo
Io invece vivo in Ungheria, e a parte le difficolta’ economiche, ora finalmente abbiamo un governo che cerca di ritirare il nostro paese da una situazione ereditata dalla sinistra che ha portato l’Ungheria in questa situazione disastrosa, mai guardando l’interesse della patria. Il governo di Gyurcsány e di Bajnai guardavano solo i propri interessi, mai quelli dell’Ungheria. Il governo di Orbán almeno guarda gli interessi del paese, anche andando contro l’UE che insieme all’ Fmi cerca di sottometterci in tutti i sensi.
Buongiorno Edina, credo che i motivi che lei porta siano quelli che consentono a Orban di avere consenso in patria. E sull’impresentabilità e responsabilità gravissime dei socialisti siamo d’accordo. Il mio timore è che grazie al consenso che ha in patria, Orban cerchi di ampliare il proprio controllo sul Paese: dall’informazione alla corte costituzionale. Soprattutto è importante che Orban non si avvicini a Jobbik e che lasci perdere con l’irredentismo, il Trianon etc… Questo è il mio punto di vista. Poi, purtroppo per l’Ungheria, Orban ha comunque dovuto rivolgersi al Fmi perché il rischio è che fra tre anni l’Ungheria sia come la Grecia. Un saluto
Matteo
Caro Edina, se lei fosse coerente dovrebbe chiedere l’uscita dell’Ungheria dall’UE. Ma con quali prospettive? Un nazionalismo da “grande Ungheria”? Obiettivo impossibile, fortunatamente, ma che purtroppo alimenta odio e razzismo (vedi Jobbik e Garda). Anch’io non condivido le politiche (di destra) della triade (UE, BCE, FMI), ma da un altro punto di vista, favorevole al mantenimento del modello sociale europeo. La sinistra ugherese al governo ha sbagliato? Sì, ma con Orbàn Viktor, i magiari stanno passando dalla padella alla brace.
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
Anche io sono convinto che Orban abbia perso consenso nell’ultimo periodo, nonostante ciò però il Fidesz è costantemente il partito più rappresentativo in Ungheria. I socialisti a causa di 8 anni deficitari di governo e di divisioni interne non penso abbiano guadagnato molto. Forse, però non ci sono dati certi, potrebbe guadagnare più consenso Jobbik, che tra l’altro ha conquistato numerosi elettori dal partito socialista nelle ultime elezioni (basti guardare la cartina elettorale d’Ungheria).
Sinceramente non comprendo come il meteo possa rappresentare la nostalgia della “grande ungheria”. Il meteo prende in considerazione una zona geografica, il bacino danubiano. Non è poi una sorpresa che il 30% degli ungheresi abiti all’esterno dei confini nazionali, ma nelle loro vicinanze. Andrebbe anche considerato il grande numero di contatti economici, turistici, famigliari fra l’Ungheria e le zone abitate da ungheresi. Ecco spiegato perchè nel meteo si evidenziano anche territori esterni all’Ungheria ma spesso abitati da ungheresi.
Per Aron. Sinceramente, il meteo della tv ungherese rappresenta un’area geografica più vicina alla “Nagy Magyarország” che al bacino danubiano. La “grande Ungheria” che ho visto rappresentata in diffusi adesivi su auto private, t-shirt nei mercatini, poster in locali pubblici, è quella del Regno d’Ungheria, prima del Trattato di Trianon (1920). Il bacino idrografico del Danubio ha una superficie più che doppia: fra i più vasti d’Europa, arriva al Mar Nero e lambisce sia l’Adriatico che l’Egeo. Non è un lapsus dire che ci sono territori esterni all’Ungheria abitati da “ungheresi” anziché da persone di lingua ungherese? Va ricordato che solo metà degli abitanti del Regno d’Ungheria era di lingua ungherese. Se si confonde lingua e nazionalità si rischia di alimentare il nazionalismo.
Dire che in un settore della popolazione c’è nostalgia per la grande ungheria è verissimo, ma accusare la trasmissione meteo che fornisce un servizio agli ungheresi mi pare senza senso. Sono ben altre le azioni o i momenti dove si vede questa nostalgia. .
Rifiutare l’idea che esistono più di due milioni di ungheresi, per lingua e nazionalità, nei paesi limitrofi va contro la realtà. Nei censimenti effettuati l’ultimo anno puoi andare a controllare quanti alla voce nazionalità hanno sbarrato la casella “ungherese”. Negare questo fatto, vuol dire negare la possibilità a queste persone di dichiarare la propria identità, e quindi difendere i propri diritti.
I paesi dell’europa-orientale per la propria storia non possono definirsi nazionali, ma sono invece un insieme di diverse nazionalità. Sull’intreccio fra lingua e nazionalità invece la discussione sarebbe più lunga, sono d’accordo che non vanno confusi ma è innegabile lo stretto rapporto che hanno avuto in queste terre.
PS: per quanto riguarda il bacino danubiano mi correggo, intendevo il bacino carpato-danubiano, area geografica nettamente contraddistinta dalle limitrofe.
Il bacino carpatico (Kárpát-medence per gli ungheresi), o “pianura pannonica” (per serbi, croati, slovacchi, austriaci) comprende territori di sette stati, anche parte di Romania e Ucraina. Prendo atto che è un’area più simile a quella considerata dai meteo ungheresi, anche se nell’immaginario magiaro mi pare più diffusa la rappresentazione della “grande Ungheria” che quella del bacino carpato-danubiano.
Rimane il fatto che l’”identità ungherese” non resta un significativo argomento culturale ma spesso viene brandita come arma politica, per esempio dall’UDMR in Transilvania (Romania). Il rischio che alla crisi europea qualcuno risponda alimentando i nazionalismi, incompatibili con la convivenza civile e anzi forieri di conflitti cruenti, andrebbe contrastato con un vigile spirito critico.
Per esempio, la strumentalizzazione di tradizioni religiose per fini identitari (e politici) andrebbe stigmatizzata. Invece, Aron Coceancig in un’articolo su questo sito (18 luglio ’11) descrive la trasformazione del pellegrinaggio cattolico di Secleri (Romania) in meeting della “diaspora magiara” come un fenomeno naturale (“fiume carsico”) anziché indagarne le ragioni. Collocare in Romania il “simbolo dell’identità ungherese nei Carpazi” non mi pare coerente con la Carta Sociale Europea che prevede il rispetto dei diritti di tutte le minoranze e la loro salvaguardia.
Dibattito davvero interessante, e non ho strumenti per commentare. La mia percezione esterna (a differenza vostra non vivo né frequento l’Ungheria) mi vede persuaso dagli argomenti di Romano. Per due motivi (lasciamo perdere il meteo, non so come funziona in piccoli Stati, certo in Italia, Francia e Germania non danno il meteo di Slovenia, Belgio o Austria): il pericolo che l’irredentismo magiaro alimenti il nazionalismo anche nei Paesi limitrofi è un rischio evidente, i rapporti con Slovacchia e Romania sono tesi e non si può, secondo me, scindere il successo del nazionalismo slovacco dal trionfo della destra ungherese. Credo peraltro che la polemica sugli ungheresi tolti dal Trianon alla madrepatria sia oggi inutile (e quindi ancor più strumentale) in un contesto di comune cittadinanza europea, assenza di confini, libertà di spostamento, uniformità delle leggi a tutela delle minoranze.
Matteo
parto dall’ultima frase “uniformità delle leggi a tutela delle minoranze”, putroppo non è così e secondo me spesso la mancanza di diritti per le minoranze può portare queste ad usare toni e azioni nazionaliste. Un esempio: io oggi sono andato a farmi la carta d’identità bilingue italo-slovena, nel municipio del mio comune dove gli sloveni sono circa il 2-3% (non esiste un censimento per nazionalità in italia). In Romania, dove ci sono città importanti abitate da un gran numero di ungheresi questo è impossibile ed impensabile (neanche gli ungheresi lo richiedono). Purtroppo in fatto di diritti all’interno dellUE ci sono forti differenze nazionali.
Sul fatto che nazionalismo slovacco e ungherese siano collegati, è sicuramente vero, però ricordo che jobbik ha peso elettorale dal 2010 e nasce dalla lotta al governo socialista ungherese, mentre i nazionalisti slovacchi hanno avuto l’apice nel 2006, quando jobbik contava poco e a governare l’ungheria c’era un governo che non si interessava delle minoranze oltreconfine.
Oggi in slovacchia il partito Hid che rappresenta ungheresi, ma non solo, lavora proprio per disinnescare l’avanzata del nazionalismo difendendo i diritti delle minoranze. Purtroppo l’RMDSZ e in Romania in generale non si è fatto niente del genere, si potrebbe discutere del perchè, ma è un argomento abbastanza lungo e complesso per affrontarlo ora.
Ultima cosa, sul pellegrinaggio a Csiksolmlyo. Per me non è un problema il dove collocare “i simboli dell’identità ungherese”. Anche i tolminotti sloveni vengono a gorizia per ricordare la rivolta del ’500. In che modo questo lede la carta sociale europea?
Sulle ragioni del pellegrinaggio, si può discutere, è indubbio che negli ultimi anni l’interesse di gruppi ungheresi, religiosi e nazionalisti, sia aumentato, ma è anche indubbio che nelle popolazioni locali questo sia rinato come un fiume carsico dopo l’89.
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Un chiarimento dovuto. Risale al mese scorso la dichiarazione quasi secessionista di Kelemen Hunor, leader dell’Unione democratica magiara di Romania (UDMR): “Abbiamo il potere e anche la volontà di forgiare la nostra unità del XXI secolo per preservare i valori che abbiamo ereditato”. Tra l’opinione pubblica internazionale c’è allarme per questo contagio del virus nazionalista ungherese in Transilvania, la più grande e sviluppata regione della Romania. Ho collegato tale notizia a quella di sei mesi fa sul pellegrinaggio di Secleri (Romania), diventato simbolo identitario tra gli ungheresi. Penso che non siano compatibili con i diritti delle minoranze, promossi dalla carta sociale europea, le rivendicazioni etnico-territoriali.
Infine, un ulteriore spunto di riflessione. Leggo su “Zidire Noua”, bollettino telematico italo-moldavo, di qualche anno fa: “Sia la Transilvania che la Basarabia sono il centro della spiritualità romena, la quale influenza una cultura popolare elemento essenziale per la costituzione della Nazione Romena.” In realtà, ogni luogo nel tempo ha visto svilupparsi ora l’una ora l’altra cultura, senza separazioni nette ma con influenze reciproche. Penso allora che la conoscenza delle radici culturali dei popoli non debba andare alla ricerca identitaria della purezza etnica, bensì valorizzare la ricchezza della diversità.
Io sinceramente nella dichiarazione non riesco a sorgere niente di secessionista, se poi le confrontiamo con quelle della Lega Nord in Italia. L’RMDSZ è un partito moderato, che non solo non propone la secessione ma la stessa autonomia amministrativa è stata addirittura messa da parte nelle richieste del partito. RMDSZ che governa da molti anni a Bucarest, ed è pieno zeppo di persone fortemente fedeli (anche troppo secondo me) allo stato romeno.
Altri due partiti ungheresi, MPP e il nuovo partito popolare di transilvania sono invece più nazionalisti e meno favorevoli all’integrazione con bucarest. L’MPP non ha mai superato l’1% però…questo la dice lunga sul fatto che gli ungheresi di romania in realtà non pensino assolutamente alla secessione……(forse ci sono più secessionisti in Italia).
Sul fatto della ricerca identitaria. Secondo me si può difendere la propria lingua, cultura, tradizione, musica, insomma la propria identità anche rispettando le altre e soprattutto convinendo. Per valorizzare la diversità penso che bisogna prima difenderla, quindi difendere la propria identità nel rispetto delle altre.
“Bisogna ideare una strategia per la gestione democratica della diversità. Questa è la grande sfida del momento, forse più importante dell’economia, dell’energia e delle minacce militari. Purtroppo, abbiamo trascurato questo problema”, ha sostenuto recentemente il segretario del Consiglio d’Europa, Thorbjorn Jagland, laburista norvegese. Le spinte nazionalistiche, che giustamente allarmano molti in Europa, devono trovare risposte politiche oltre che culturali.
Condivido sostanzialmente il punto di vista di Aron. La lingua che parliamo contribuisce a determinare chi siamo. Antonio Tabucchi ha addirittura dichiarato che “la mia patria è la mia lingua”. Gli preferisco Josefa Idem per la quale la vera patria è dentro noi stessi, “la patria non è tanto questione di lingua o dove vivi, ma come ti senti tu, se sei sereno e ti senti a posto non avrai bisogno di identificarti in una maglia o di qualcosa di esterno, perché stai bene così”.
le parole di Thorbjorn Jagland sono perfettamente condivisibile, e toccano anche il problema dell´immigrazione moderna.
La lingua nazionale e´purtroppo un grave problema che abbiamo ereditato dal ´900. Io che sono un po´nostalgico dell´impero asburgico non posso non ricordare come in quello stato il multilinguismo era cosi´diffuso che era impossibile associare a una lingua una nazionalita´.