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Società, politica e cultura dell'est Europa

Uno spettro si aggira per i cinque continenti, è lo spettro della protesta giovanile. Troppo spesso relegata a semplice fatto di cronaca o connessa a rivendicazioni meramente generazionali, essa è molto di più. E’ la futura classe dirigente che si batte contro quella attuale, è il nuovo contro il vecchio. Certo, non dappertutto è così. Lo è stato in Nord Africa, dove però il “vecchio” ancora avanza scippando la “rivoluzione” araba dei suoi frutti. Lo è stato in Spagna e in Romania, con i grandi raduni di piazza dei cosiddetti “indignati”. Lo è stato negli Stati Uniti, con il variegato movimento “Occupy”. Non lo è stato nel nostro stanco Paese dove anche i giovani sono vecchi: qualche molotov, sassaiole, bandiere rosse, anarchismi, autonomismi, e altri distinguo vecchi di quarant’anni.
I leader della Maple Spring di anni ne hanno ventuno. Gabriel Nadeau-Dubois, capo dell’associazione «Classe» che riunisce oltre 80 mila giovani, è il leader di una protesta che muove dall’aumento del 75% delle rette universitarie ma che incontra la simpatia di chi giovane non è più in un Québec da sempre tentato dall’indipendenza dal Canada. Leggi il resto dell’articolo

Illogica e utopica: così il presidente lettone Andris Bērziņš commenta l’idea avanzata dal nuovo partito estremista russofono “Par dzimto valodu” di una separazione del Latgale (la regione con forte presenza di comunità russofona) dal resto della Lettonia.
L’idea di una secessione del Latgale dalla Lettonia era stata avanzata dall’attivista russofono Vladimirs Lindermans, lo stesso che aveva organizzato il referendum per il russo lingua ufficiale in Lettonia.
Proprio in questi giorni si è svolto, più o meno di nascosto dai media, il congresso di costituzione del nuovo partito russofono estremista, “Par dzimto valodu” (Per una lingua madre). Il nuovo soggetto politico nasce dalla fusione del partito di Lindermans, 13.janvāra kustība (Movimento 13 gennaio) con quello di Jevgēņijs Osipovs, altro attivista russofono impegnatosi nell’organizzazione del referendum sul russo lingua ufficiale. “La formazione di questo nuovo partito ha già ha già fatto nascere i più strani dei miracoli”, ha commentato il presidente lettone Bērziņš coi giornalisti che gli chiedevano un parere sulla nascita di “Par dzimto valodu“ e la sua proposta di separazione del Latgale dalla Lettonia. Leggi il resto dell’articolo

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Ormai Vladimir Putin ha giurato ed è presidente della Russia. Il tandem Putin-Medvedev ha dietro di sé quattro anni di potere, e all’inizio di questo nuovo periodo dopo la staffetta è interessabnte vedere che cosa i due massimi dirigenti, al Cremlino e alla ‘Casa Bianca’, hanno lasciato alla Russia. La domanda se l’è posta l’organizzazione economica moscovita FBK (Consulting di finanza e contabilità) guidata da un gruppo di specialisti della facoltà di economia delle MGU (Università statale di Mosca Lomonosov), compresi i fondatori della compagnia, Sergej Shapiguzov e Elena Proskurnja. Abbiamo visto nella prima e seconda parte come le occasioni mancate siano state tante.Vediamo ora, nella terza e ultima parte, alcune altre caratteristiche dell’economia russa lasciatasi alle spalle da Putin e Medvedev “prima versione”. Leggi il resto dell’articolo
Partiamo da una domanda semplice ma complessa: quale futuro aspetta i Balcani dal punto di vista economico? Consideriamo i quattro paesi di lingua serbocroata, ossia Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia e Montenegro. Sono tutti paesi colpiti duramente dalla crisi, in quanto non possiedono centri produttivi competitivi e quindi sono estremamente ancorati all’economia europea; dalla fine della guerra al 2007 c’è stato un crescente ottimismo grazie allo sviluppo economico, ma la crisi arrivata con il 2008 ha spazzato via tutte le certezze. E per uscire dalla crisi servono manovre decise. Leggi il resto dell’articolo

Benedizione del Parlamento di Atene, foto di Fabio Petrobelli (fonte Uaar)
In Grecia la recessione è ormai giunta al quinto anno, il numero dei disoccupati, su una popolazione di circa undici milioni, ha superato il tetto di un milione nel novembre 2011: tasso record del 20,9%, in crescita del 48,7% annuo. Il debito pubblico è pari al 140% del PIL, che è diminuito del 6,8% nel 2011, del 16% rispetto al 2008, il cui rapporto col Deficit è al 13.6%.
Le elezioni del 6 maggio non hanno dato vita ad alcun governo politico, tanto che il 17 giugno si tornerà alle urne, a riguardo i sondaggi cambiano di giorno in giorno, segnale che la situazione è sempre più confusa. Al momento non sembra esserci nessuna via d’uscita certa dalla crisi, mentre sui giornali di tutta Europa si rincorrono le più disparate voci sul futuro dello Stato ellenico. Anche il sostegno morale ai cittadini greci sembra venir meno, come dimostrano le parole del direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde, che afferma in un’intervista al Guardian: «bisogna che i greci si aiutino da soli pagando le tasse» e di avere «maggiore simpatia per i bambini africani senza istruzione»
Apertura e sostegno, invece, arrivano da mesi dalla Russia, attraverso la persona del Patriarca di Mosca Kirill I°, capo di quella Chiesa Ortodossa russa che negli ultimi anni è diventata uno dei pilastri del sistema creato da Putin, in cui i sacerdoti svolgono un ruolo sempre più influente. Kirill I°, sfruttando abilmente la situazione in cui versa lo Stato ellenico, è riuscito a consolidare i rapporti con quella che al momento sembra essere la più forte componente sociale della penisola ellenica, la Chiesa Ortodossa Greca che vanta numerose sponde in parlamento nelle file dei partiti conservatori e di estrema destra. Leggi il resto dell’articolo

Janos Kadar nel 1956
DA BUDAPEST. Quest’anno ricorre il centenario della nascita di János Kádár, una delle personalità ungheresi più importanti del novecento. Un leader politico inizialmente fortemente odiato, ma in seguito amato e rimpianto per la costruzione del cosiddetto “comunismo al gulasch”. La storia ungherese in questo caso accomuna tre statisti del novecento: Francesco Giuseppe, Miklós Horthy e Kádár; giunti al potere attraverso una violenta repressione, ma capaci di creare una società stabile e duratura (soprattutto Francesco Giuseppe e Kádár) spesso e volentieri rimpianta. Leggi il resto dell’articolo
In Romania l’evoluzione del contrabbando di sigarette è spettacolare: considerando i circa 37 miliardi di pezzi venduti ogni anno nel paese, è stato calcolato che la quota di tabacco illegale presente sul mercato rumeno è passata dal 17,6% del 2008 (circa 6,5 miliardi di sigarette) al 36% del 2010 (oltre 13 miliardi). Secondo il servizio doganale l’aumento di questi dati sarebbe collegato alla maggiore attenzione prestata dalle autorità durante i controlli alle frontiere, ma potrebbe esserci anche un’altra spiegazione: l’eccessivo peso delle accise sulle sigarette imposto da Bucarest, che ha spianato la strada all’assalto dei trafficanti del fumo, soprattutto moldavi.
Oggi in Romania il prezzo di un pacchetto di Doina, Plugarul o MT è di 3-5 volte superiore di quello che è possibile trovare in Moldavia (9,9 Ron contro circa 41 Lei). Questa differenza è il principale fattore che stimola il contrabbando di sigarette dalla Moldavia, la miccia che ha trasformato la Romania nel principale mercato per i tabacco-trafficanti moldavi. A questo proposito uno studio commissionato da tre grandi produttori di tabacco ha rilevato che al maggiore aumento dei prezzi nelle aree a nord e a ovest di Bucarest corrisponde una maggiore presenza di sigarette “moldave”, circa il 50% di quelle presenti sul mercato nero. Per la Romania ciò si traduce in una perdita pari a un miliardo di euro di entrate statali e il fumo, in questo caso, fa male anche al bilancio. Leggi il resto dell’articolo

Si chiama Tomislav Karamarko. E’ il nuovo capo dell’Hdz, il partito democristiano croato fondato da Franjo Tudjman, e di lui ci siamo occupati per un’intricata faccenda di politica e mafia. La sua vittoria alle elezioni interne al partito segnano un rafforzamento in senso nazionalistico dell’Hdz. Già si vocifera che punti alla poltrona di presidente della Repubblica e i media locali lo hanno soprannominato “il Putin croato”. Ma Karamarko è molto di più che un politico ambizioso dal pugno di ferro, già capo della polizia di Zagabria, ha lavorato a lungo per i servizi di intelligence e nei governi Sanader e Kosor è stato ministro dell’Interno. Quando, nel 2009, l’ex primo ministro Ivo Sanader è stato arrestato, Karamarko è stato indicato come il trait d’union tra la mafia e il palazzo. Secondo Domagoj Margetic, giornalista d’inchiesta autore del libro Bankarska Mafjia, Karamarko avrebbe “ispirato” le dimissioni Sanader facendolo minacciare dai clan. Eppure fu proprio Sanader a chiamare Karamarko nel suo governo quando, nel 2003, il Paese era attraversato da una serie di attentati e omicidi eccellenti che si rivelarono essere un attacco della mafia alle istituzioni. Karamarko, chiamato a fronteggiare l’offensiva criminale, è riuscito nel suo compito. Secondo Margetic, alleandosi con i clan. Un colluso dunque? Eppure fu proprio Karamarko a consegnare alla giustizia internazionale Ante Gotovina, eroe nazionale per i croati, criminale di guerra per il Tribunale dell’Aja, guadagnandosi la reputazione di uomo di giustizia. In questa intricata vicenda, tra luci e ombre, verità e suggestioni, occorre procedere con cautela. Leggi il resto dell’articolo
DA SARAJEVO. “La Bosnia, di fatto non è uno stato”; “La divisione della Bosnia potrebbe stabilizzare la regione balcanica”, dove c’è bisogno di “frontiere più naturali”, così come alcuni “scambi di territorio” tra i paesi. Sono posizioni che, per chi conosce il contesto delle repubbliche ex-jugoslave, non possono lasciare indifferenti. Soprattutto se chi le sostiene è Slavoj Žižek, senz’altro uno dei principali pensatori del mondo contemporaneo, di scuola neomarxista, molto vicino ai nuovi movimenti sociali come la Rete Occupy. Leggi il resto dell’articolo

“fa minore, la maggiore, do minore… i soliti accordi”
La politica serba è densa di sorprese. L’ex presidente serbo e leader del Partito Democratico (DS), Boris Tadic, sarà con tutta probabilità il nuovo primo ministro. In Serbia, il 6 maggio scorso, si è infatti votato sia per il rinnovo del Parlamento che per il presidente della Repubblica. La poltrona di presidente è andata (dopo il ballottaggio del 20 maggio), contro ogni attesa, a Tomislav Nikolic, leader del partito progressista serbo vocazione nazionalista. Lo stesso partito è risultato essere il più votato anche per il rinnovo del Parlamento ma fin da subito si è capito che solo il partito democratico avrebbe potuto mettere insieme una coalizione di maggioranza. In pole position per la poltrona da primo ministro c’era Ivica Dacic, portavoce di Milosevic negli anni Novanta e leader del partito socialista. La sconfitta di Tadic ha invece rimescolato le carte e il partito democratico ha scelto il suo leader come futuro premier. A lui il compito di formare una maggioranza. Leggi il resto dell’articolo
Mentre si fanno sempre più insistenti le voci che Boris Tadic, presidente uscente della Serbia, sconfitto ale urne da Tomislav Nikolic, possa diventare il nuovo primo ministro di Belgrado, proponiamo questo articolo della celebre giornalista serba Jasmina Tešanović che cerca di spiegare i motivi della vittoria dei nazionalisti alle recenti elezioni. Secondo alcuni la nomina di Tadic a premier fungerebbe da contraltare al radicalismo di Nikolic, è possibile che a caldeggiarla sia proprio quella comunità internazionale rimasta imbarazzata dalla vittoria di Nikolic.

Contro ogni probabilità, contro ogni previsione, il partito radicale di destra in Serbia ha vinto le elezioni presidenziali. Il candidato moderato democratico pro-europeo, il beniamino delle democrazie occidentali, ha perso, e non di poco.
Sono state offerte diverse spiegazioni per questo sorprendente esito elettorale:
1) bassa affluenza al secondo turno delle elezioni, perché i cittadini della Serbia sono sfiaccati dalla depressione economica, dalla corruzione e non credono a nessun leader politico.
2) Un boicottaggio delle elezioni che è stato auspicato da qualche piccolo intellettuale e partito progressista, con l’avviso: state attenti voi al potere, possiamo buttar giù chiunque, buono o cattivo, col NON votare.
3) Un cambiamento nell’atteggiamento della popolazione serba, che vuole davvero un nazionalista radicale alla guida quando la Serbia deve affrontare un’integrazione dura agli standard della comunità internazionale. Leggi il resto dell’articolo

foto da Balcanews
La battaglia di Vukovar dura tre mesi e segna il record di diserzioni nella storia dell’esercito jugoslavo: la stessa durata dell’assedio è stata attribuita all’incertezza di ufficiali ancora troppo legati al modello federale di difesa per accettare di radere al suolo una città jugoslava. Oltre che alla disperata difesa organizzata dagli estremisti delle Forze di liberazione croate (Hos), ala militare del Partito dei Diritti (Hsp) di tendenza neoustascia guidato da Dobroslav Paraga. Costoro, guidati dal colonnello Mile Dedakovic detto “falco” (Jastreb) ottengono un tributo impressionante di sangue dagli assedianti.
[…] Il 10 ottobre si verifica la più massiccia offensiva serba: una colonna di carri muove a grande velocità e sorretta da un fuoco di sbarramento senza precedenti verso il centro della città. L’offensiva fallisce. Leggi il resto dell’articolo

Il governo della repubblica de facto indipendente dell’Abkhazia (territorio occupato militarmente dalla Russia e al momento repubblica riconosciuta solo dal Nicaragua e dalle isole Nauru, arcipelago sperduto dell’oceano Pacifico) ha dichiarato una guerra diplomatica contro l’Unione Europea. Questo è avvenuto qualche giorno fa quando il capo dell’ EU Monitoring Mission in Georgia (EUMM) Andrzej Tyszkiewicz è stato dichiarato persona non grata dal governo di Sukhumi e gli è stato proibito di oltrepassare il fiume Enguri che segna il confine tra Georgia e Abkhazia. Il ministro degli Esteri della repubblica dell’Abkhazia ha affermato lo scorso 25 aprile che Tyskiewicz ha fatto “inaccettabili e offensive affermazioni riguardo l’Abkhazia” e ha mostrato “disprezzo nei confronti dello stato e del popolo abkhazo”. Questo perché Tyskiewicz ha illegalmente chiesto agli osservatori dell’EUMM di controllare il territorio abkhazo contravvenendo all’accordo Medvedev-Sarkozy. Leggi il resto dell’articolo

foto IBTimes
LEGGI ANCHE: Putin per la terza volta al Cremlino. Ma cosa ha fatto di buono fin qui?
DA MOSCA. Ormai Vladimir Putin ha giurato ed è presidente della Russia. Il tandem Putin-Medvedev ha dietro di sé quattro anni di potere, e all’inizio di questo nuovo periodo dopo la staffetta è interessante vedere che cosa i due massimi dirigenti, al Cremlino e alla ‘Casa Bianca’, hanno lasciato alla Russia. La domanda se l’è posta l’organizzazione economica moscovita FBK (Consulting di finanza e contabilità) guidata da un gruppo di specialisti della facoltà di economia delle MGU (Università statale di Mosca Lomonosov), compresi i fondatori della compagnia, Sergej Shapiguzov e Elena Proskurnja. Abbiamo visto nella prima parte come le occasioni mancate siano state tante. Vediamo ora, nella seconda parte, alcune altre caratteristiche dell’economia russa lasciatasi alle spalle da Putin e Medvedev “prima versione”.

A venti anni dallo scoppio della Jugoslavia federale e socialista e a quasi dieci dalla scomparsa ufficiale della stessa parola Jugoslavia, c’è ancora qualcosa di “jugoslavo” nei Balcani? La risposta è affermativa, alla faccia delle insofferenti pulsioni etnonazionaliste. L’Economist nel 2009 ha efficacemente chiamato “jugosfera” l’insieme delle tante comunanze che non solo hanno resistito ai tempi avvelenati delle divisioni ma che ora sono in costante sviluppo. Non c’è solo un passato comune, ma un continuo presente linguistico, culturale e di business che sa resuscitare insospettabili legami tra ex-nemici, un po’come evoca Parada, il bel film dolceamaro del serbo Srdjan Dragojevic. Leggi il resto dell’articolo
A pochi giorni dall’ultimo Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cui è stato esaminato il recente rapporto Unmik sulla situazione attuale in Kosovo, alcune agenzie di stampa serbe sono riuscite a scorgere alcune anticipazioni sui contenuti del documento. Sembra che il segretario Generale dell’ONU Ban Ki Moon abbia ammonito con forza i continui attacchi da parte dei cittadini albanesi ai danni della minoranza serba, ricordando che il perseverare di tali avvenimenti non farà che rallentare il processo di stabilizzazione e di dialogo tra Serbia e Kosovo. La tensione tra i gruppi etnici non si arresta in particolare al nord del Kosovo, nonostante le forze internazionali (come Kfor o Eulex) non facciano altro che ricordare durante gli incontri istituzionali, quanto la loro presenza sul territorio venga sempre più rinforzata e perfezionata per garantire la sicurezza. Leggi il resto dell’articolo

nella foto Artur Sobiech
A trentacinque anni di distanza dall’ ultimo successo, lo Śląsk Wrocław è tornato a vincere il massimo campionato polacco, al termine di un testa a testa appassionante con il Ruch Chorzów e il Legia Warszawa. Si è rivelato decisivo per le sorti del torneo la vittoria del Lechia Gdańsk alla penultima giornata proprio ai danni della squadra della capitale, che ha permesso alla formazione della Bassa Slesia di issarsi solitaria in vetta alla classifica, prima di andare a vincere all’ ultimo turno in casa del Wisła Kraków, grazie a un gol difensore sloveno Rok Elsner. Per lo Śląsk è il secondo titolo nazionale in bacheca, dopo quello della stagione 1976-77. Una storia che ripercorre quella dell’ allenatore dei verdi, l’ esperto Orest Lenczyk, il cui unico campionato conquistato da allenatore risale al 1978, quando guidava il Wisła.
Nel frattempo è stata diramata già da qualche giorno la lista dei 26 preconvocati delle sette riserve scelti dal ct Smuda, per prepararsi agli Europei. Leggi il resto dell’articolo